Country Zeb

Epilogo

 

L’ultima lettera la scrivo da Njongata.
non dannatevi a cercarla su un atlante,
Njongata non esiste.
Njongata potrebbe essere in un qualsiasi angolo di mondo,
non farebbe alcuna differenza.

C’è sabbia davanti ai miei occhi,
nei miei occhi
e sotto le dita dei piedi.

Rimando il momento nel quale prenderò in mano la penna
e inizierò a riempire il foglio bianco che ho davanti,
disteso sul tavolo di assi inchiodate,
tenuto fermo al vento lieve da un sasso.

Rimando il momento giocando coi granelli sotto gli alluci.
Aspetto che i miei occhi si abituino al sole del mattino e al riverbero del mare. Aspetto il momento nel quale riuscirò a fare ordine fra le centinaia di immagini che mi scorrono davanti agli occhi.

L’infinita gamma di colori, di bandiere, di carnagioni umane, di strette di mano, di gradazioni di verde naturale, di densità consistenza e porosità di suoli improduttivi.

Le infinite possibilità che abbiamo di sbagliare nei rapporti umani
quando pensiamo di avere un’idea e la vogliamo raggiungere.

Tutto rotea dentro la mia testa,
intorno alla mia testa,
in circonferenze sempre più grandi,
fino a inglobare il capanno nel quale ho fatto il mio giaciglio,
la spiaggia che mi abbaglia ogni mattino,
il mare davanti e la terra dietro,
e tutti gli esseri umani,
e le loro parole,
e i loro accordi
e i loro egoismi e arrivismi
e le loro sicurezze,
le frasi fatte,
le convinzioni granitiche.

Io rimango stritolato dal vortice
e forse il foglio di carta sul mio tavolino di assi inchiodate
è fermo
e sono io che sbatto al vento.

Quando tutto questo si sarà calmato
allora scriverò ad Anita.
E poi a Pamela e a Lin,
a Ingrid e anche Vera,
come se scrivere lettere fosse diventata l’unica cosa di cui sono capace.

Ho carta e inchiostro a sufficienza nel capanno
e se cammino qualche ora
o qualche giorno
raggiungerò certamente qualcuno che mi assicurerà di essere in grado di recapitare i miei fogli a chiunque io voglia.

Userà una bicicletta o un motorino e poi ci saranno automobili e treni
e poi aerei
e poi ancora furgoni e biciclette
e suole di scarpe di postini che busseranno alle porte
o semplicemente,
nel silenzio del mattino,
infileranno i miei fogli nelle cassette delle persone,
chiunque io voglia.

E loro proveranno a leggere,
si ricorderanno di me,
non è poi passato così tanto tempo,
forse sorrideranno.
Di certo non piangeranno.
Neanche io sto piangendo
e se i miei occhi sono in questo stato
è solo per il sale del mare che non mi sciacquo di dosso,
è solo per i granelli di sabbia che mi si accumulano ai bordi degli occhi,
è solo per il continuo vortice che ho in testa,
dentro e fuori.

Mi sono rasato il cranio per il fastidio che mi dava lo sbattere dei capelli,
ma non è servito.
Qualcosa ancora,
qui dentro,
sbatte e suona di sonagli e di ferri e cianfrusaglie,
di tamburi indigeni,
di canne di bambù che si sfregano,
di scimmie affamate

L’avete mai ascoltato il suono di scimmie affamate?

Saranno tutte bianche le mie lettere.
Tutte, dico.
I fogli, le buste, il nastrino che userò per chiuderle.
Tutto bianco.
Anche le parole che scriverò saranno bianche.
Tanto bianche che non si potranno leggere neanche alzando il foglio contro la luce di una lampada.

Tutto bianco.
Tutto vergine e silenzioso.
Tutti gli uomini si alzeranno al mattino e andranno nel bosco a cacciare e a raccogliere la cena.
Nessuno ha ancora circondato una bestia in un recinto.
Nessuno ha ancora piantato la farina in righe dritte.
Nessuno, nel capanno, avrà provviste accumulate da vendere.

Gorilla che mi guardi con occhi umani più dei miei,
è li che tutto è iniziato?
È lì che tutto finirà?

Scriverò a mio padre.
Ora che è troppo tardi ho capito il significato dei suoi silenzi.
È colpa dell’agricoltura, dei recinti intorno alle bestie, degli scaffali pieni di cibo.
Il mito della supremazia umana.

Ricordo quando mi raccontava la storia della Genesi,
con la consueta calma,
Mi spiegava di come era stata scritta dai Semiti
e solo in seguito adattata per farla aderire alle strutture del credo Ebraico e Cristiano.

Caino coltivava la terra.
Era Abele quello che pascolava il gregge
e la sua uccisione rappresenta la sconfitta dei nomadi Semiti,
il loro soccombere ai nuovi popoli che coltivano la terra.
Spinti verso le profondità della penisola araba
i Semiti sono rimasti isolati dalle altre popolazioni di pastori
e hanno iniziato a tramandare oralmente la storia delle loro sofferenze:
quella che poi è diventata la Genesi ebraica.

L’albero della conoscenza del Bene e del Male non era proibito all’uomo semplicemente per testare la loro capacità di controllarsi. Cibarsi dall’albero della conoscenza non avrebbe dato veramente conoscenze divine ma avrebbe solo fatto credere agli umani di esserne in possesso.

L’albero rappresenta la scelta di assumersi la responsabilità di scegliere quali specie sarebbero sopravvissute. Chi salvare e chi sacrificare.

E forse è iniziato tutto lì,
quando è stata interrata la prima pianta
e insieme a lei un’altra è stata messa da parte,
destinata all’estinzione.

E tu, che ora stai leggendo,
davvero ti senti superiore a un gorilla?

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 01/08/2014 da in Senza categoria.

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 75 follower

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: