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(Tradurre) Lo scherzo dello stupro – Patricia Lockwood

Lukasz-WierzbowskiA volte penso che tradurre letteratura e poesia sia impossibile, se non addirittura inutile. Eppure, da qualche tempo, mi trovo a farlo, sempre più spesso e sempre più volentieri.

Da ormai molti anni lavoro quotidianamente in un contesto nel quale la maggior parte delle persone parla in una lingua che non è la propria (principalmente inglese e spagnolo). Anche tra i madrelingua, l’intera gamma di accenti, regionalismi e modi di dire circoscritti a una particolare area geografica è ampiamente rappresentata: americani, inglesi, australiani, sudafricani, indiani;  e spagnoli, argentini, messicani, etc. Tutta questa mezcla riesce a convivere e a comunicare in modo abbastanza produttivo principalmente perché l’oggetto delle conversazioni è di natura tecnica e il vocabolario usato è limitato alle parole strettamente legate all’argomento in questione.

Ben diverso sarebbe sperare di ottenere la stessa efficacia di comunicazione su argomenti non tecnici o al di fuori del linguaggio legato al lavoro. Quando si esce dal lavoro e un francese un po’brillo cerca di comunicare (in inglese) le sue pene d’amore a un peruviano, quanto di quel messaggio verrà realmente capito? Tradurre i sentimenti è estremamente difficile (già è complicato esternarli nella propria lingua) ed è per questo che a volte penso che tradurre letteratura e poesia – forme di comunicazione intrise di elementi culturali legati alla lingua madre dell’autore, linguaggio di sensazioni, di metafore, visioni e sentimenti – sia impossibile, o perlomeno molto difficile.

Non starò qui ora a scavare nel cratere della convinzione di una sostanziale e tragica incomunicabilità fra gli esseri umani. Ben altre analisi sarebbero necessarie. Continuiamo quindi con la convinzione che trasmettere un sentimento sia possibile e di conseguenza si possa tentare di tradurlo in un’altra lingua.

In termini tecnici si può dire che traducendo si vuole raggiungere un’ equivalenza di significato: sinonimia, e una equivalenza connotativa: ovvero il modo in cui parole e frasi stimolano nella mente degli ascoltatori (o lettori) particolari associazioni mentali o reazioni emotive.

Nel suo Dire quasi la stessa cosa, [Bompiani, 2003], Umberto Eco definisce la traduzione come una negoziazione fantasmatica che, in assenza di referenti reali, deve basarsi su referenti ideali: “Il traduttore deve negoziare con il fantasma di un autore sovente scomparso, con la presenza invadente del testo fonte, con l’immagine ancora indeterminata del lettore per cui sta traducendo” E quindi, il traduttore è colui che deve capire il sistema interno di una lingua e della struttura di un testo, costruire “un doppio del sistema testuale che, sotto una certa descrizione, possa produrre effetti analoghi nel lettore, sia sul piano semantico e sintattico che stilistico, metrico, fonosimbolico”.

La parola negoziazione legata al processo della traduzione mi sembra particolarmente azzeccata, così come il “quasi” del titolo definisce quell’interstizio fra un testo e la sua versione tradotta. La domanda che si pone Eco, quindi, riguarda l’elasticità di quel “quasi”. Dando per scontato che quando si traduce il testo diventa un’altra cosa, la vera sfida è cercare di capire come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. A questo punto ciò che fa problema non è più tanto l’idea della stessa cosa, né quella della stessa cosa, bensì l’idea di quel quasi.

Poi ho letto The Rape Joke, una poesia di Patricia Lockwood pubblicata su The Awl a fine Luglio.  The rape joke è diventato subito virale su internet: centinaia di commenti, quasi trentamila condivisioni su facebook, articoli (per esempio questo sul Guardian, con altre centinaia di commenti, e questo). Subito dopo aver letto l’ultima riga – è un testo breve – ho avuto il desiderio di non lasciarla andare via, di non dimenticarla con un semplice click-chiudi finestra, e il modo migliore per tenere quelle parole con me ancora per un po’è stato di provare a tradurle.

Ho completato il lavoro in un’unica frenetica seduta, assillato, via via che spuntavo i versi già tradotti, da due domande. La prima di natura morale, la seconda di natura semantica. Che diritto ho, mi chiedevo, di introdurmi in un sentimento così privato, in un’esternazione così potente? Mi è sembrato quasi di essere stato colto da una curiosità morbosa verso il dolore di un’altra persona. Dolore, va detto, che raggiunge livelli di straziante autoironia [Lo scherzo dello stupro è se tu scrivi una poesia e la chiami Lo scherzo dello stupro, te la stai cercando se poi quella diventa l’unica cosa che la gente ricorda di te]. La seconda è legata alla difficoltà di tradurre la frase the rape joke che nella poesia è titolo, è anàfora che scava nella ferita a ogni ripetizione. The rape joke è anche soggetto, persona, è un ombra che fra le righe appare ogni volta sotto una forma diversa – ed è anche questa, a mio parere, la forza di quella poesia.

Alla fine ho chiuso la finestra, chiuso il file, e sono rimasto per qualche istante a guardare il volto di Patricia Lockwood, moltiplicato in tutti i thumbnails di Google images, e ho provato una certa commozione chiedendomi quante persone abbiano fatto lo stesso, quante persone Patricia sia riuscita a raggiungere con le sue parole, aprendo un piccolo squarcio di luce nel telo nero della nostra incomunicabilità.

Lo scherzo dello stupro – su Vicolo Cannery

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***L’immagine in alto è quella scelta da Martina Giorgi di Vicolo Cannery nel post originale sul loro blog.

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2 commenti su “(Tradurre) Lo scherzo dello stupro – Patricia Lockwood

  1. Paolo Zardi
    25/09/2013

    Adoro il tuo modo di scrivere, di affrontare i temi fondamentali della scrittura – i problemi, le soluzioni!

  2. countryzeb
    30/09/2013

    Grazie, Paolo. Sempre molto (troppo) generoso.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/09/2013 da in Senza categoria con tag , , , , .

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