Country Zeb

La punteggiatura del silenzio

burned

Nel 2001 minimum fax ha pubblicato l’antologia Burned Children of America. Non si tratta della traduzione di un’antologia esistente, bensí di una raccolta di racconti creata in esclusiva da minimum fax per offrire ai suoi lettori una personalissima panoramica dei migliori narratori americani contemporanei. L’edizione del 2009 si apre con la prefazione di Marco Cassini e Martina Testa, nella quale i due pilastri di minimum fax provano a raccontare la storia di un successo, impresa, per loro stessa ammissione, ben più ardua del raccontare la storia di un proprio fallimento. Di successo si tratta perché quest’antologia è diventata un vero e proprio caso editoriale ed è stata tradotta in numerosi paesi stranieri. Gran parte degli autori presenti sono oggi ben conosciuti al pubblico italiano e hanno al loro attivo numerose pubblicazioni e premi letterari. Pur essendo passati relativamente pochi anni da quel 2001, la storia di questo progetto editoriale è intrisa di passione e di quel pizzico di follia che oggi sembrano essere sempre più merce rara.

Altrettanto poetico, e per certi versi magico, è l’aneddoto riportato da Zadie Smith nella sua introduzione al libro (per l’edizione inglese edita dalla Penguin), nella quale racconta il suo incontro con Cassini e Testa in occasione del festival letterario di Mantova. La descrizione raggiunge il suo picco così: … Mi sono chiesta come facesse un alcolizzato come Marco [Cassini] a pubblicare anche un solo libro. E poi, verso le due del mattino, Marco ha scritto un contratto per il mio prossimo libro su una tovaglietta di carta e io mi sono chinata in avanti e l’ho firmato.

In questa edizione del 2009, l’antologia viene arrichita da un racconto extra, un inedito di Jonathan Safran Foer intitolato Manualetto di punteggiatura dei disturbi cardiaci. Si tratta di un breve e geniale racconto. Questo l’incipit:

□ “Il punto di silenzio” rappresenta un’assenza di linguaggio, e ce n’è almeno uno in ogni pagina della storia della mia vita familiare. Utilizzato con la massima frequenza nei colloqui fra me e mia nonna sulla sua vita in Europa durante la guerra, e nei colloqui fra me e mio padre sui disturbi cardiaci così diffusi in famiglia – in totale contiamo quarantuno attacchi di cuore, e non è finita – il punto di silenzio è un pilastro della punteggiatura familiare. Si osservi l’uso del silenzio nel seguente breve dialogo, quando mio padre mi telefonò al college il mattino della sua più recente angioplastica:

“Senti”, mi disse, e poi si concesse una lunga pausa, come se la pausa fosse quello che avrei dovuto ascoltare. “Sono sicuro che andrà tutto bene, ma volevo soltanto che sapessi…”

“Lo so già”, dissi io.

“□”

“□”

“□”

“□”

“D’accordo”, disse lui.

“Ci sentiamo stasera”, dissi io, e sentivo il mio cuore battere nella cornetta.

Lui disse: “Ok”.

Il racconto prosegue con la descrizione di altri tipi di silenzi e relativa punteggiatura:

■  Il “punto di silenzio deciso” rappresenta un silenzio intenzionale ed equivale a costruire, in una conversazione, un muro che non puoi scavalcare, attraverso cui non puoi vedere, contro il quale ti spezzi le ossa delle mani e dei polsi.

e ancora:

~ Posta in fondo a una frase, la “nota grave” rappresenta un pensiero che si dissolve in un silenzio eloquente. La nota grave si distingue dai tre puntini o dal trattino in quanto il pensiero che la precede non è né monco né interrotto, ma è come un mano protesa. Mio fratello minore la usa spesso, probabilmente in quanto fra tutti i membri della famiglia è il più abile a dirmi quello che mi deve dire senza bisogno di parlare. O meglio è quello che sono più convinto di riuscire a capire anche senza che usi le parole. Succede molto spesso che dica: “Jonathan ~”, e io gli risponda: “Lo so”.

Infine l’ultimo segno di punteggiatura:

{} le “graffe avrei dovuto” rappresentano parole che non sono state dette ma si sarebbero dovute dire, come in questo dialogo con mio padre:

“Senti anche tu un’interferenza sulla linea?”

“{sto piangendo al telefono}”

“Jonathan?”

“□”

“Jonathan ~”

“■”

“??”

“Io :: io no~”

“{La tristezza di un figlio è la tristezza di un genitore}”

“{La tristezza di un genitore è la tristezza di un figlio }”

“←”

“Probabilmente sono solo stanco”

“{Non te l’ho mai detto perché pensavo che potesse ferirti, ma nei miei sogni eri tu. Non io. Tu mi strappavi le erbacce dal cuore}”.

“{Voglio amare ed essere amato}”.

“{Ti voglio bene}”

“{Anch’io. Tanto}”.

Dialogo che porta alla conclusione del racconto:

Naturalmente non è facile che il mio senso dell’avrei dovuto sia identico a quello dei miei fratelli, o di mia madre o di mio padre. A volte – quando sono in macchina, o faccio l’amore, o parlo al telefono con qualcuno di loro – immagino le loro versioni dell’avrei dovuto. Le cucio insieme in una nuova vita, lasciando fuori tutto quello che è successo ed è stato detto davvero.

Non avevo mai letto niente di Jonathan Safran Foer ma questo racconto mi ha rapito. Trovo straordinaria la sua sensibilità e la sua capacità di leggere fra le righe e fra i silenzi dei dialoghi, e trovo geniale il suo utilizzare una punteggiatura alternativa per creare un codice personale. Il fatto che Foer abbia utilizzato esempi dalla sua famiglia rende il tutto ancora più vero, e mi sembra di conoscerli quei silenzi. In quante famiglie, in quante coppie ci si rivolge l’un l’altro utilizzando  □ quadratini bianchi e {graffe avrei dovuto}. Finito di leggere il racconto ho subito pensato che forse è vero, forse è anche una questione di punteggiatura ciò che rende difficile il dialogo fra due persone. Solo quando si utilizza lo stesso codice si riesce veramente a comunicare e anche i silenzi e i non-detti possono essere trasmessi, interpretati e compresi. Quando invece non è così la conversazione diventa impossibile. Quante volte mi sono trovato con un quadratino bianco □ sulla lingua mentre il mio interlocutore mi inondava con i suoi punti esclamativi, i suoi neretti, le sue MAIUSCOLE. Non c’è stata comunicazione: solo parole, solo suoni. Ma, appunto, è prettamente una questione di punteggiatura. Vuol dire che il mio interlocutore proveniva da una famiglia senza spazi nei dialoghi, una famiglia di frasi in maiuscolo, di punti esclamativi doppi e tripli. E non c’è niente di male. Anzi, forse nelle famiglie con una punteggiatura aggressiva ci si capisce meglio. È solo una questione di punteggiatura. Punto.

[Questo racconto è uscito nel 2002 sul New Yorker col titolo A Primer for the punctuation of heart disease. Qui (o qui in pdf) il racconto completo in inglese].

[L’immagine in alto compare sulla copertina di Burned Children of America, minimum fax – 2009]

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Questa voce è stata pubblicata il 23/01/2013 da in Senza categoria con tag , , , , , , .

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