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Racconti di montagna

Sono in piena fase racconti. Sul mio comodino (anzi, sparsi sul lettone visto che in questo periodo sono solo) ho accumulato quanto segue: Bugiardi e innamorati (Richard Yates – minimum fax, 2011), Nemico, amico, amante (Alice Munro – Einaudi, 2005), S’è fatta ora (minimum fax, 2006) e La manutenzione degli affetti (Einaudi, nuova ed. 2010) di Antonio Pascale, Per favore non facciamo gli eroi (Raymond Carver – minimum fax, 2002), oltre ai due di Canty dei quali ho già scritto qui. A questi si aggiungono Una cosa piccola che sta per esplodere (Paolo Cognetti – minimum fax, 2007) e Antropometria (Paolo Zardi – Neo, 2010) che, letti qualche mese fa,  hanno subito trovato spazio nella mia libreria e nella mia ammirazione di lettore.

Tutti assieme fanno una bella vagonata di racconti. Ogni sera allungo il braccio e pesco, e comunque vada è un bel leggere.  La raccolta di Yates, per esempio, è aperta dalla prefazione di Giorgio Vasta (ottima) che paragona i racconti all’opera di un ingegnere demolitore […ogni narrazione è descrizione di un crollo, la lenta cronaca di un disastro, un ralenti in grado di rivelare, dello sgretolamento, le fasi più minute e sfuggenti, l’interstiziale che nell’esperienza quotidiana tende a scomparire…].  Oppure il racconto della Munro ‘Quello che si ricorda’: mi ha fulminato, per come analizza la funzione dei ricordi, ai quali attribuiamo un ruolo a seconda di cosa cerchiamo nel presente, o che teniamo in caldo per qualche altro uso immaginario per il tempo a venire.  Per non parlare della tecnica: presente e passato si intrecciano, si influenzano reciprocamente, e la gestione dei flashback e dei salti temporali è fenomenale. Che dire di Per favore non facciamo gli eroi, una raccolta di materiale che copre l’ intero arco della produzione carveriana,  dai primissimi racconti fino all’ultimo discorso pubblico; e poi poesie, saggi, recensioni, introduzioni e saggi sulla scrittura.  Ma anche gli altri che ho elencato: tutte letture godibilissime.

L’ultimo libro nel mucchio, in senso cronologico, è Racconti di montagna a cura di Davide Longo. Una raccolta di racconti (23) dedicati a (e ispirati da) la montagna dei più grandi maestri: Calvino, Hemingway, Nabokov, Parise, Kafka, Buzzati, Hesse, Rigoni Stern, giusto per citarne alcuni. Nella prefazione Longo si interroga sul suo ruolo di curatore e su cosa veramente costituisce un racconto di montagna.  Longo ci rende  partecipi dei dubbi  che ha avuto durante la scelta: che cos’è  una montagna? E di  conseguenza: cos’è un racconto di montagna?  Citando John Berger, Longo riporta le parole pronunciate dallo scrittore in occasione della cerimonia che lo proclamava vincitore del Premio Itas, dedicato ai libri di montagna.

“Quando guardiamo una montagna che ci è familiare, certi istanti sono irripetibili. Basta una luce particolare, una data temperatura, il vento, la stagione. Potremmo vivere sette vite e non rivedere mai più la montagna come la stiamo vivendo in quel momento; il suo volto è specifico come uno sguardo fugace scambiato al tavolo di colazione. Una montagna occupa sempre il medesimo posto, e la si può quasi considerare immortale, ma chi la conosce bene sa che non si ripete mai. La sua è una scala temporale diversa dalla nostra”.

Di conseguenza, un racconto è un racconto di montagna quando narra l’incontro di un uomo con il tempo della montagna. I  racconti accumulati come potenziali candidati per l’ antologia appartenevano a tre tipologie: i racconti scritti da scrittori, i racconti di viaggio di artisti-viaggiatori, e i resoconti delle ascensioni scritti da alpinisti. Alla fine – conclude Longo – i racconti che troverete nell’antologia rispondono a questi requisiti: sono racconti, cioè storie brevi; hanno una qualità letteraria molto alta; hanno a che fare con la montagna così come  la intende Berger.

Quanto a me, prima che si faccia troppo tardi, nell’orizzontalità solitaria del mio letto mi accingo a leggere questi racconti che narrano della verticalità della montagna.

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Un commento su “Racconti di montagna

  1. Emma
    04/05/2011

    Il primo racconto, e anche il migliore, per me, è ‘Ferro’ di Primo Levi. E’ stata una piccola detonazione, per usare una metafora dell’universo chimico, nelle mie letture: mi ha portata alla Tavola periodica, da lì alla Tregua, infine a Se questo è un uomo. Sono discesa, grazie alla sola ammirazione per la scrittura, dagli elementi della materia, alla montagna dei partigiani, al Lager. Levi fu catturato in Valle d’Aosta, in una frazione che non ha che una chiesa, Amay, e poche sparse case, nel 1944. Da lì finì ad Auschwitz.
    Quell’ansa drammatica della storia europea l’avevo, come tutti, appena sondata al liceo. Ben altra comprensione, e dolorosa, è sorta nel rileggere Levi da adulta; sessant’anni dopo quegli eventi, che, non smetto di pensare, se non fosse stato per una questione di nascita fortunata, avrei potuto vivere e patire, come italiana, ignara e inconsapevole.

    ‘Ferro’ è fitto di odori: reazioni chimiche, terra, corpo, pelle e sudore, e la lingua di Levi, pur ricca, è di una precisione scientifica. Sandro, il protagonista, studente e pastore d’estate, silenzioso e duro come lo sanno essere da queste parti, in montagna, ha un carattere che pure non lo salva dalla fine nella guerra partigiana, falciato dai mitra fascisti. Il racconto mi ha aperto gli occhi su un concetto, quello di ‘carne dell’orso’ – ‘il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino’ – che non conoscevo; e questo la dice lunga, su quanta acqua sia passata, vorticosa e poi lenta, fra i ragazzi dell’anteguerra e la nostra generazione.

    La chiusa del racconto racchiude il mistero e il dubbio insolvibile che avvolge ogni narratore: ‘Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era un uomo da raccontare né da farli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; se non parole, appunto.’

    John Berger, nell’introduzione, coglie quel che si sente abitando la montagna, ma raramente s’esprime: la prospettiva non è mai unica. Le cime sono per noi il paradosso dell’infinitamente grande, e antico, che ci sopravviverà. Eppure sono nuove ogni giorno, luce, colore e senso inestinguibile di meraviglia. Dall’incontro ‘dell’uomo con il tempo della montagna’ nascono racconti che sono felice tu raccomandi, e che ti auguro amerai.

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